Caleidoscopico, multiforme, una sorta di inquietante Proteo paroliero che dissimula, mistifica, si nasconde, sforzandosi di esprimere le diverse tragedie che queste variazioni – giustamente definite dall’autore medesimo «su canone perverso» – sottintendono. Ora con graffiante lirismo e durezza, come in Un lampo di genio, oppure tra le pieghe di un distaccato, asciutto e ancor più inquietante cronachismo nel surreale Occhi di Tiresia, il migliore a mio modo di vedere, con quella sua forma, redazionale e teatrale insieme, che spiazza e angoscia, fino al culmine del finale, assolutamente teatrale, quasi alla Ionesco o alla Beckett, se vogliamo. In altro modo, con un compiacimento linguistico sapido, il primo racconto, Anonimo Glorioso, gioca sui registri di un travestimento formale: apparentemente burocratico, eppure sintatticamente, lessicalmente lussureggiante. Insomma siamo di fronte a un gioco degli specchi e delle ombre che diverte e interroga, lasciando spesso basiti, più di una volta smarriti.
dalla Postfazione di Giorgio Amidei
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